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Rotary Club Vercelli

Dante e la questione della lingua originaria

Il professor Massimiliano Corrado ospite della serata conviviale

Massimiliano Corrado

Il professor Massimiliano Corrado

“Si affronta il tema del rapporto di Dante con la questione della lingua originaria, intesa da lui stesso la lingua parlata dal primo uomo: Adamo”. Così Massimiliano Corrado, professore associato di Filologia Italiana all’Università degli Studi di Napoli, ha aperto la sua relazione alla serata conviviale del Rotary Vercelli, organizzata come Interclub e alla quale hanno partecipato anche i Club Sant’Andrea Vercelli/Santhià-Crescentino e Viverone Lago.


“Dante in diverse opere si interrogò su quale fosse la lingua primordiale, attuando un movimento di recupero del passato, che caratterizza tutta l’esperienza dantesca; ciascuna delle sue opere costituisce un aspetto innovativo della tradizione letteraria ed è tipico della ‘forma mentis’ dantesca. L’uomo - ha proseguito il professore - è l’unico essere vivente dotato del dono della parola che, come dice Dante, è distinto dai bruti e dagli angeli, che hanno una visione intellettuale e non ne necessitano”.


Il poeta si sofferma allora sul primo uomo “da lui chiamato ‘il padre antico’ - ha precisato il professore - Dante fa un discorso teorico sull’essenza stessa del linguaggio: è frutto della nostra riflessione razionale, un dono dato da Dio. La lingua utilizzata da Abramo è l’ebraico”: come spiega nel 'De Vulgari Eloquientia', testo analizzato durante la conviviale dal relatore. Il professore ha poi letto alcuni versi delle più importanti opere dell’autore, per esemplificare le sue spiegazioni: “Dante concepisce la pluralità delle lingue come una sorta di punizione per aver infranto il monolinguismo della lingua adamitica. Perché parla della lingua della grazia? Perché quella di Adamo era, per lui, la stessa che avrebbe parlato Cristo. La lingua del primo uomo, creato nella perfezione del suo essere, si conservò intatta nel tempo. La lingua ebraica, per Dante, è ciò che fabbricarono le labbra del primo parlante. Lui volutamente parla di determinati personaggi, perché gli sono utili per le sue riflessioni, così come lo è Abramo… Nel tempo tutto cambia, anche il linguaggio, che deve assecondare la mutevolezza dell’uomo. Innata nell’essere umano non è più la lingua ebraica, ma il dono della parola”.


Perché Dante vuole fare questa trattazione sulla lingua? “Con la sua focalizzazione sull’intrinseca mutevolezza alla quale ogni lingua è soggetta, l’impostazione che acquisisce è più razionale e naturalistica. Dante rivaluta il mutamento intrinseco delle lingue e viene legittimato al ruolo di cui si veste: il poema sacro, che adotta la lingua volgare: ‘locutio vulgaris’ (lingua naturale), quella con la quale parlano tutti, anche coloro che non conoscono il latino. È l’autore di un messaggio di salvezza… dal punto di vista letterario, nessun altro poeta ha potuto raggiungerlo” ha concluso il professore.
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 

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