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Da Bozino ad Agnelli

Quando la Cci si staccò dalla Federcalcio

Cent'anni fa un parallelo con la neonata Superlega

Bozino Luigi

Il vercellese Luigi Bozino, uno dei più grandi dirigenti del calcio italiano e internazionale

Ai tifosi e appassionati di storia del calcio (e non solo) non sarà sfuggita un'incredibile coincidenza spazio-temporale che può davvero far avvicinare l’attuale cataclisma organizzativo del calcio, nato dall’annuncio della nascita di una SuperLega, alla fin qui più celebre grande crisi del massimo campionato italiano, che sfociò con la creazione della C.C.I. (Confederazione Calcistica Italiana), quando si staccò dalla F.I.G.C., dando vita a un torneo indipendente, comprendente - guarda caso - le principali e più blasonate squadre del panorama calcistico nazionale. Tutto ciò avvenne “al millimetro” proprio 100 anni fa, tra la primavera e l'estate del 1921 e fu guidato dall'allora numero 1 della Federazione, il vercellese Luigi Bozino, leader del club più forte di quegli anni, insieme al Genoa, nonché primo grande manager del calcio italico in ordine di tempo. La mattinata di domenica 24 luglio 1924 (a poche ore dalla tutt'altro che scontata finalissima fra Pro Vercelli (nella foto in basso) e Pisa per l'assegnazione del titolo di campione d'Italia 1920/21, in programma allo “Stadium”, mastodontico impianto sportivo, dotato sia di scarsa visibilità e altrettanta lungimiranza di progettazione), a Torino si era svolto un consiglio federale fra i dirigenti intervenuti per assistere alla gara.

A quel massimo torneo (il ventesimo della prima serie del campionato italiano di calcio), si erano iscritti addirittura 88 club: 64 del Nord (tra i quali i semisconosciuti Carignano, Casteggio, Stelvio e Legnanesi) e 24 del Centro-Sud (tra cui la Bagnolese e molte altre): troppi. I tumulti e le richieste di riduzione del numero degli iscritti duravano, a dire il vero, dalla ripartenza del torneo nel dopoguerra (già nel 1919 i grandi club avevano riproposto l'idea di una sensibile riduzione del numero dei partecipanti, guardando al modello inglese) e da lì non sarebbero più cessati, culminando proprio in quella fatidica estate del 1921. Il futuro allenatore della Nazionale, Vittorio Pozzo (nella foto sotto), si era fatto interprete dell'insoddisfazione delle grandi società, presentando un suo progetto per una drastica riforma del campionato, il cosiddetto “Progetto Pozzo”.

La discussione nell'assemblea fu molto accesa, e anche questa volta, come accaduto molto spesso in passato, le piccole squadre, temendo di scomparire, fecero valere il loro peso numerico, così il “Progetto Pozzo” fu respinto. Fu la goccia che fece traboccare il…campionato. Così, dato che le grandi e medie società (Pro Vercelli, Juventus, Genoa, Andrea Doria, Bologna, Milan, Us Milanese, Inter, Alessandria, Casale, Novara e così via) non erano più disposte a iniziare una nuova stagione nelle condizioni di quella appena conclusa, tra il 27 e il 28 agosto 1921, 24 fra le migliori squadre del campionato si staccarono in massa dalla Figc dando vita privatamente alla “Confederazione Calcistica Italiana”, che rifiutò ulteriori richieste di rientrare in seno alla Figc e organizzò un torneo strutturato proprio sul modello presentato dal futuro Ct della Nazionale bi-campione del mondo e olimpionica. Da qui, le dimissioni di Luigi Bozino come numero 1 della Figc e la sua elezione a leader della Cci. Nella C.C.I. Bozino avrà come vicepresidenti Edoardo Pasteur di Genova e l'avvocato meneghino Ulisse Baruffini, che dal dicembre 1912 al giugno 1913 aveva fatto parte della Commissione tecnica della Nazionale italiana di calcio. Finirà, come sappiamo, con la Figc a cospargersi pochi mesi dopo il capo di cenere (e Bozino ad accogliere prontamente ed elegantemente le scuse, anche perché nel frattempo era arrivato il divieto imposto dalla Fifa alle società della Cci di disputare amichevoli contro squadre estere) dopo l’insuccesso del campionato “ufficiale” 1921-22 (vinto dalla Novese, nella “bella” contro la Sampierdarenese, a Cremona per 2-1), a fronte della grande eco mediatica del campionato Cci, vinto dalla Pro Vercelli. Così, il titolo Cci sarà non solo ratificato come ufficiale, comparendo accanto all’altro nell'albo d'oro, ma da lì in poi sarebbe iniziato un grande processo riorganizzativo che – seppur lentamente non senza difficoltà e ulteriori resistenze – avrebbe poi condotto alla nascita di un torneo unico Nazionale e, quindi, della Serie A nel 1929/30.

Tutto questo potrebbe suonare familiare, alla luce del “bubbone” fatto scoppiare da Florentino Perez e Andrea Agnelli con il varo, domenica notte, della European SuperLeague. Peccato, però, che ora le esigenze non siano meramente organizzative (come un secolo fa) di un torneo (nonché ampiamente condivise), ma squisitamente economiche e di interesse egoistico personale, dato che i bilanci dei dodici “potenti” club poggiano su una valangata di miliardi di debiti e che per questo - invece di ricorrere a più miti scelte di budget a base zero, come si insegna nelle migliori Università di Economia di tutto il mondo - intendono rilanciare, facendosi beffe di blasoni, emozioni e meriti sportivi (se si è pieni di debiti, ci si può ancora definire potenti?). Il calcio, non è e non sarà mai il basket, così come l'approccio sportivo dei tifosi negli Stati Uniti non ha nulla a che vedere con l'orgoglio, la passione tutta campanilistica dei supporter europei. In America si va a vedere una partita, come un film, con pop-corn e patatine. Tornati a casa, è tutto finito. In Italia e in Europa, soffrendo invece come cani, prima e dopo, anche solo dopo aver strappato un prezioso punto contro la Giana Erminio. Ecco perché il parallelo tra Bozino e Agnelli può sì esistere, ma solo sino ad un certo punto, lasciando comunque intatto e intonso il vulcanico e geniale penalista vercellese campeggiare lassù in quell'empireo di sportività, parallela, concreta lungimiranza e condivisione con il grande pubblico, che l’attuale ex numero 1 dell'Eca neanche lontanamente può vantare, né - al momento attuale - sognarsi. Una saggia rilettura della storia - mai come in questo caso - potrebbe forse portare a più miti e illuminati consigli. Dubitiamo possa accadere.

2021 - Riproduzione riservata

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Commenti

  • Claudia

    Arposio

    09:09, 21 Aprile 2021

    La storia, ausilio di comprensione sportiva.

    Interessante articolo, di ottimo aiuto a comprendere i fatti calcistici internazionali di questi giorni, occorsi a seguito, o con l’occasione, suppongo, della pandemia. Curioso osservare la ciclicità della storia, che sembra ripetersi a distanza di cento anni, anche se Alex Tacchini ci segnala che le motivazioni di oggi non sono quelle dei fatti e dei tempi di Bozino e Pozzo attraverso il cui agire si pervenne alla serie A; curioso osservare, se la storia si ripete, come in realtà l’uomo produca risposte analoghe in tempi diversi, forse, avvalendosi del passato, magari strumentalizzando casistica e soluzione, nate in diverso contesto, a suo favore. Dalla presentazione del progetto “Super League”, dall’adesione dei “dodici apostoli”, all’abbandono della compagine inglese in toto (gustose le varie motivazioni portate dai vari club) e dell’Inter stamane, è sicuramente storia sportiva, ma non solo: ciò che avviene è, secondo me, antropologia culturale, analizzabile e valutabile attraverso le categorie di questa disciplina, ma non solo, è dibattito tra etica ed estetica, laddove l ‘etica sportiva, espressa nella sua dimensione di calcio, sport popolare perché è nella mente e nel cuore di tutti, non intende cedere ad un’area riservata ed esclusiva di nicchia, la cui governance estetica è economica. Così leggo la ribellione delle tifoserie inglesi, e, ai promotori del progetto, penso sia sfuggita la necessità attuale di un’economia a servizio dell’uomo. Lo sport è cultura, grazie

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