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Papa Francesco in Iraq

"Il terrorismo e la morte non hanno mai l'ultima parola"

La terza tappa del viaggio del Santo Padre nel devastato nord del paese

Papa Francesco in Iraq

Si chiude, con la terza puntata, il reportage di Giorgio Morera dedicato alla visita del Santo Padre in Iraq. Papa Francesco visita la città di Mosul, devastata dalla guerra, poi prosegue a Qaraqosh ed Erbil, nel nord del paese.

Alcuni lettori ricorderanno, tra le numerose deliranti parole, l’affermazione pronunciata nel 2014 dall’allora sedicente Califfo dell’Isis, AbūBakr al-Baghdādī: "La marcia dei mujaheddin proseguirà fino a quando non raggiungerà Roma". Oltre alla mancata conquista della Città eterna e dell’Occidente, dopo sette anni il ribaltamento degli equilibri è manifesto con il vicario di Cristo proprio lì, nella prima roccaforte (la città di Mosul) dello Stato islamico.

Mosul      Mosul

Questa la premessa essenziale per comprendere il terzo giorno, domenica 7 marzo, del pellegrinaggio di Francesco svoltosi con il trasferimento nel nord del Paese, precisamente nel Kurdistan iracheno. Tra ciò che resta di Mosul, in mezzo a cumuli di macerie, il primo momento con la preghiera ad Hoshal-Bieaa, la piazza delle quattro chiese (siro-cattolica, armeno-ortodossa, siro-ortodossa e caldea) distrutte dai terroristi. "Il tragico ridursi dei discepoli di Cristo, qui e in tutto il Medio Oriente, è un danno incalcolabile non solo per le persone e le comunità interessate, ma per la stessa società che si lasciano alle spalle – ha affermato il Pontefice – Malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio, che la speranza è più forte della morte, che la pace è più forte della guerra". Dopo questo intervento c’è stata la preghiera per le vittime di Mosul, dell’Iraq e dell’intero Medio Oriente, con la ferma condanna dell’uso strumentale della religione: "Se Dio è il Dio della vita - e lo è -, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace - e lo è -, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore - e lo è -, a noi non è lecito odiare i fratelli".

Mosul

Il secondo momento si è svolto a Qaraqosh, città a maggioranza cristiana nella Piana di Ninive, nella fattispecie nella chiesa dell’Immacolata Concezione che nel 2014 è stata occupata dai tagliagole dell’Isis, riconvertendola in una sorta di “poligono di tiro”, accanendosi con malefica perversione su tutto quanto vi erano al suo interno, comprese le statue sacre, i paramenti e gli arredi liturgici. "Con grande tristezza, ci guardiamo attorno e vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra. Quante cose sono state distrutte! E quanto dev’essere ricostruito! Questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e al suo Figlio, vincitore del peccato e della morte", ha dichiarato il Santo Padre incentivando la ricostruzione (non solo degli edifici, ma anche dei legami umani), la "capacità di perdonare" e il "coraggio di lottare". Facendo un parallelismo con l’effige della Vergine Maria, che dopo esser stata barbaramente profanata ora svetta nuovamente sopra la chiesa dell’Immacolata, è scaturito il ringraziamento a tutte le coraggiose donne irachene "che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite", meritando rispetto e tutela, attenzione e opportunità.

Erbil

E, ancora una volta, è stata Maria, Madre della speranza, a “vegliare” sul terzo appuntamento del 7 marzo a Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Nelle immediate vicinanze dell’altare allestito nello stadio “Hariri” per la celebrazione della messa domenicale, è stata posizionata una teca di vetro con una statua della Vergine vandalizzata dai miliziani dell’Isis nel villaggio di Karemlash (a circa 20 chilometri da Mosul, sempre nella Piana di Ninive). Pur essendo ancora tante "le ferite della guerra e della violenza, ferite visibili ed invisibili", la spiritualità dei cristiani è ancora viva: "La Chiesa in Iraq, con la grazia di Dio, ha fatto e sta facendo molto per proclamare questa meravigliosa sapienza della croce diffondendo la misericordia e il perdono di Cristo, specialmente verso i più bisognosi. Anche in mezzo a grande povertà e difficoltà, molti di voi hanno generosamente offerto aiuto concreto e solidarietà ai poveri e ai sofferenti", ha evidenziato Francesco nell’omelia, affidando agli stessi cristiani un “mandato”: "La potenza dello Spirito Santo ci invia, non a fare proselitismo, ma come suoi discepoli missionari, uomini e donne chiamati a testimoniare che il Vangelo ha il potere di cambiare la vita. Il Risorto ci rende strumenti della pace di Dio e della sua misericordia, artigiani pazienti e coraggiosi di un nuovo ordine sociale".

Erbil

Il rientro in Vaticano all’indomani, lunedì 8 marzo, ha chiuso il programma del breve, ma intenso pellegrinaggio del Santo Padre ("l’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore"). In questa antica terra mesopotamica, come in Siria, nel Medio Oriente e nel resto del mondo, la vera forza non è quella delle armi, del millantato potere, dell’ideologia jihadista e della prevaricazione, piuttosto è il martirio di migliaia e migliaia di donne e uomini, il cui sangue versato è paragonabile – per il sottoscritto – a una rinnovata “linfa” spirituale per la persistenza e la crescita del Cristianesimo, anche (se non soprattutto) laddove tutto sembrava perduto, laddove sembrava che Dio tacesse, laddove i terroristi pensavano di estirpare una volta per tutte la fede in Gesù.

“Il sangue dei martiri è il seme della Chiesa” (Tertulliano).

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