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L'ingiustizia

Centro estivo: 55 euro i bimbi normali, 420 i disabili

Il caso di un paese del Vercellese, raccontato da una mamma

centri estivi

Da una mamma riceviamo e pubblichiamo.

Ho scelto la soluzione egoista. Salvo mio figlio, tutti gli altri affondino.

Ma non nego che ho un macigno sul cuore: per questo scrivo questa lettera, perché nessun bambino deve essere tagliato fuori dalla possibilità di stare coi suoi coetanei, con i compagni, gli amici, i cugini. Non nel 2021. A maggior ragione dopo quello che abbiamo vissuto. E perché nessuna mamma che debba (o voglia) lavorare, perché il suo stipendio serve alla famiglia o anche semplicemente perché quel lavoro le serve per realizzare se stessa, se non può contare su aiuti esterni (leggasi nonni) sia costretta a rinunciare al lavoro per stare con suo figlio, come già troppe hanno dovuto fare durante il lockdown.

La questione è questa: il centro estivo del paesino in cui vivo chiede ai residenti una quota di 55 euro a settimana (che diventano 73,50 per i non residenti). Fin qui nulla da eccepire: il prezzo mi sembra tutto sommato equo, vista anche la qualità del servizio (le educatrici sono le stesse che hanno già seguito i bimbi tutto l’anno durante il doposcuola e sono veramente in gamba).

Purtroppo però quei 55 euro a settimana diventano 420 se a voler frequentare il centro estivo è un minore disabile, come mio figlio, che per tutelarlo ribattezzerò Marco. Infatti il bando dice che “il maggior costo dell’assistenza dedicata ai minori disabili sarà a carico delle famiglie degli stessi”.

Peccato che quelle stesse famiglie di carico ne abbiano già parecchio. Quella cifra non è certo alla portata di tutti. Forse, con qualche grosso sacrificio (magari rinunciando alle vacanze), la mia avrebbe anche potuto sostenere quel costo. Ma non per tutti è così. E i minori disabili, che la cosa piaccia o meno, esistono. Alcuni lo sono dalla nascita, altri magari lo diventano dopo una malattia, dopo un incidente. Ovviamente non lo auguro a nessuno, ma la verità è che nessuno può dirsi salvo. Nemmeno i genitori di figli sani e belli.

Pur nella disgrazia, mio marito ed io siamo stati fortunati: Marco, pur con le sue difficoltà, è un bambino socievole, abbastanza autonomo, che cerca ed ama la compagnia degli altri bimbi (che, essendo figlio unico, tanto gli è mancata durante l’ultimo anno e mezzo). Lui stesso ha chiesto di poter frequentare il centro estivo, insieme ai cugini, ai compagni di classe e agli altri bimbi del paese. Se non ci andasse, rimarrebbe solo, perché tutti i suoi amici ci andranno.

E ci andrà, grazie all’entusiasmo di una stagista, una giovane ragazza che deve svolgere durante l’estate l’attività di PCTO e che ho contattato tramite le splendide colleghe della scuola in cui ho lavorato fino al 2016. Marco avrà un’educatrice  dedicata (pagata da noi) solo un giorno a settimana, quando i bimbi andranno in piscina e sarà necessario che venga seguito da una persona specializzata. Gli altri giorni starà con Beatrice (anche questo è un nome di fantasia), con le altre educatrici e con tutti gli altri bimbi. Però a mio avviso non è giusto che sia la famiglia e non il Comune a farsi carico di queste situazioni. Non è logico che il sindaco, al quale ho chiesto un colloquio per esporre il problema, mi risponda che non ci sono fondi perché tutto il denaro disponibile “è stato impiegato per le cause, perché gli avvocati costano” (testuali parole). Non esiste solo mio figlio: ci sono anche altri bambini diversamente abili, che magari vorrebbero poter frequentare il centro estivo. Altre mamme, altre famiglie, che vivono situazioni di difficoltà spesso grave, e che come sempre vengono lasciate sole. Inizialmente avevo pensato di avviare una raccolta fondi per aiutare Marco e tutti gli altri bimbi nella sua situazione.

Ma il centro estivo inizia a breve e questa soluzione, per essere realizzata, avrebbe richiesto tempo. Dunque ho scelto la strada più semplice, più immediata, più alla portata di mano, per aiutare mio figlio a raggiungere il suo obiettivo. Ma il problema a mio avviso è tutt’altro che risolto. E non smetto di pensare a tutti gli altri, che non hanno le possibilità, i contatti, o magari la voglia di lottare ancora contro una società che si dice inclusiva soltanto a parole, perché “inclusività” (un po’ come “resilienza”) è un’etichetta buona per tutti gli usi, ma che poi quando i disabili diventano un capitolo di spesa sistematicamente li dimentica e li esclude.

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