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IL FLÂNEUR

Castell'Apertole, oasi in mezzo alle Grange

Le curiosità del borgo a pochi passi da Livorno Ferraris

Castell'Apertole

Usciamo da Vercelli sempre rimanendo però sul territorio. Il flâneur, soprattutto nella bella stagione, ama esplorare nuovi posti proseguendo sul cammino senza una meta precisa lasciandosi trasportare dalla strada. 

Castell'Apertole

Così sono arrivato fino a Castell’Apertole nei pressi di Livorno Ferraris, un borgo, con poche abitazioni, che fin da subito mi ha dato l’impressione di essere un’oasi alla quale si approda improvvisamente con molto verde nella stagione primaverile ed estiva. Anticamente il latifondo Apertole comprendeva sette grange: del Castello, Michelina, Mandrietta, Mandria, Dosso dei Bruchi, Cascina Nuova, Monte San Pietro, suddivise a loro volta in qualcosa come ventisette cascine. Il termine grangia significa granaio e indica una fattoria, o meglio chiamiamola cascina, di proprietà di un monastero. Inutile dire che i monasteri di riferimento, proprietari di terreni che si aggiravano sulle 2560 giornate di terra, facevano capo alle abbazie di Lucedio e San Genuario. Le grange sorsero in queste zone tra il VI e VII secolo. Apertole, nel 1695, fu ceduto al regio Demanio dalla comunità di Livorno Ferraris. Nel corso del Settecento la famiglia reale dei Savoia adibì alcuni edifici a case di caccia. Tra questi il fabbricato principale del castello sul quale ancora oggi si può vedere lo stemma reale. In Piemonte arrivarono poi i francesi e sotto alla loro dominazione il latifondo fu dichiarato bene nazionale e venne amministrato dalla Legione d’Onore fino al 1814 quando venne ripristinato il governo regio. 

Castell'Apertole

Il borgo, da quel momento per oltre un secolo, cambiò più volte di proprietà pur appartenendo sempre alla famiglia Savoia. Nel 1814 andò, per volontà di Vittorio Emanuele I, alla duchessa del Chiablese, poi a Carlo Felice e nel 1831 alla regina Maria Cristina Teresa di Borbone di Sicilia. La sovrana donò denaro e indumenti ai contadini più poveri. Inoltre fece una grande opera di restauro su tutti gli edifici. In particolare le attenzioni filantropiche della regina si concentrano sulla chiesa parrocchiale che fu arricchita da nuovi arredi, nella quale si celebravano gli anniversari del duca e della duchessa del Chiablese e del marito il re Carlo Felice. Alla morte di Maria Cristina, Apertole passò di proprietà al dica di Genova Tommaso Alberto di Savoia che nel 1923 cedette l’intera proprietà all’Azienda Immobiliare Vercellese. Fu questa Azienda, nel 1931, per far fronte ad un periodo difficile dovuto alla crisi risicola, a scomporre Apertole in otto lotti investendo in nuovi macchinari ed edifici per rendere ogni appezzamento indipendente. L’obiettivo era quello di convertire la tenuta a un tipo di agricoltura più moderna, intensiva e progredita. Dal 1956 Castell’Apertole è di proprietà della famiglia Boggio Sella. Curioso e a tratti anche inquietante è il cimitero appena fuori da Castell’Apertole sulla strada in direzione di Livorno Ferraris. 

Castell'Apertole

Sul web, all’interno di una pagina Facebook dedicata a luoghi particolari, si legge: “ll cimitero perde le sue origini in un tempo sconosciuto e non si sa ne quando ne perchè fu abbandonato e sconsacrato. Di fronte all'ingresso è rimasta una cappella piccolissima, dove sono riposte lapide ed altri pezzi di quelli che un tempo erano monumenti funebri. Il minuscolo cimitero probabilmente fu costruito in mezzo alle risaie a seguito del volere napoleonico, che imponeva l’inumazione dei defunti al di fuori dell’abitato, qui, per evitare di affidare le salme alla deriva nelle risaie come naufraghi, si son trovati costretti a edificare un’"isola" artificiale, circondata solo da acqua e aria. Questo cimitero è poco conosciuto in verità perché visto da terra si nota poco la sua conformazione perimetrale perfettamente rotonda... che però si vede dall’alto e l’immagine è stata scattata da un elicottero. La struttura del Camposanto è decisamente interessante proprio perchè è stato costruita a pianta circolare, richiamando una forma esoterica (non cristiana, quindi) con lo scopo di scacciare gli spiriti maligni dell’inferno affinché non si impossessassero delle anime dei morti.

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