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I segreti di Internet

Zucked!

Come e perché Facebook ha bannato i ricercatori della New York University

Zucked

Essere licenziati, in inglese, si dice semplicemente “to be fired” ...o essere bruciati se preferite, che rende meglio l'idea. Utilizzo l'avverbio “semplicemente” perché la procedura per licenziare qualcuno, a certe latitudini, è molto meno complessa e laboriosa (per il datore di lavoro) che dalle nostre.

Sindacati, ricorsi al giudice del lavoro, reintegrazioni ...macché, si schiaccia un pulsante e vieni bruciato, fired per l'appunto. Viene alla memoria, restando in tema, una delle frasi celebri di Gordon Gekko in Wall Street di Oliver Stone: “Mio padre lavorava come un mulo per vendere materiale elettrico e a quarantanove anni lo fulminarono un infarto e le tasse”. Se non è fuoco, per capirsi, sono fulmini, ma il concetto sempre quello resta. Bruciato, fulminato, eliminato, bannato, fatto fuori, scegliete voi che tanto è uguale. Veniamo ora al titolo della rubrica di oggi: come potrà mai definirsi chi viene bannato senza troppi complimenti dalla nota piattaforma social di Zuckerberg? “Zucked”, ovvio! E' notizia di questi giorni che Facebook ha bannato, o meglio Zuckedato, gli account personali di un gruppo di ricercatori che partecipavano al progetto “Ad Observatory” dell’Università di New York, sulla trasparenza degli annunci e la diffusione della disinformazione sul famoso social network, accusandoli di avere violato i termini di servizio.

Facebook ritiene che gli accademici abbiano ottenuto dati degli utenti senza autorizzazione mentre, dal canto loro, i ricercatori sostengono di essere stati messi a tacere per aver esposto i problemi di trasparenza della piattaforma. Quando vi sono accuse reciproche, risulta sempre difficile capire chi abbia torto e chi abbia invece ragione. Il gruppo di professori ha spiegato che il proprio obiettivo era quello di scoprire “non se”, ma “chi” paga per gli annunci politici diffusi sul social network e, soprattutto, come viene targettizzato il pubblico di riferimento, ovvero quello cui il post-annuncio prezzolato è riferito. Scopo della ricerca era quindi quello di cercare di comprendere meglio come la disinformazione viene diffusa su Facebook, visto che l’azienda, almeno a suo dire, non verifica né monitora gli annunci politici. Il gruppo di ricercatori ha esaminato per diversi anni la libreria di annunci di Facebook creando un plug-in del browser (ovvero un componente di un software che aggiunge delle funzionalità a un programma esistente del computer) chiamato Ad Observer, che raccoglie automaticamente dati su quali annunci politici vengono mostrati agli utenti e, soprattutto, perché tali annunci vengono indirizzati proprio a loro.

Il plug-in in questione, sostengono i ricercatori, non raccoglie alcuna informazione di identificazione personale (come invece ritiene Facebook), incluso il nome degli utenti, il numero identificativo o l’elenco degli amici, per cui la sospensione dei loro account, e quindi la conseguente impossibilità di continuare a raccogliere questi dati, è stata una ritorsione bella e buona nei loro confronti. Come scrive il sito The Verge, la ricerca finora realizzata fa emergere “l’incapacità di Facebook di rivelare chi paga per alcuni annunci politici” e quanto “la disinformazione relativa a posizioni estreme sia più coinvolgente della disinformazione proveniente da fonti di estrazione più moderata”. Mike Clark, direttore della gestione dei prodotti di Facebook, dal canto suo ha scritto in un post sul suo blog che il social network “ha accolto con favore la ricerca della università di New York, ma che questa non deve in alcun modo compromettere la sicurezza della piattaforma o la privacy degli utenti” e che “l’azienda ha offerto ai ricercatori una serie di metodi di protezione della privacy per raccogliere e analizzare i dati senza violare i termini di Facebook e che era stato chiesto loro di interrompere la raccolta dei dati dalla piattaforma”. 

Laura Edelson, una ricercatrice della New York University coinvolta nel progetto (il di lei account personale, assieme a quello dei suoi colleghi, è stato bandito da Facebook, anch'ella quindi “has been Zucked”), afferma che la società vuole porre fine al controllo indipendente della sua piattaforma. La decisione di bannare tutti i profili degli autori della ricerca deriva dalla nuova politica della piattaforma di rivedere il modo in cui i ricercatori utilizzano i suoi strumenti, il social infatti, sulla scia dello scandalo ancora rovente di Cambridge Analytica del 2018, ha eliminato molti modi per accedere ai dati da parte di terzi. Morale della favola: essendo stati “Zuckedati” tutti i partecipanti al progetto, non abbiamo avuto contezza di quello che è stato l'esito della ricerca (interrotta da Facebook proprio sul più bello), per cui le due fondamentali domande: “chi paga per gli annunci politici diffusi sul social network?” e “come viene targettizzato il pubblico di riferimento?” restano, almeno per il momento, senza una precisa risposta.

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