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I segreti di Internet

Onore ai sospesi!

Le lezioni a distanza e l'estetica della comunicazione.

Coprire la webcam

I fatti, più o meno, sono questi: un manipolo di agitatori mediatici frequentanti l'istituto comprensivo Riberi di Caraglio (in provincia di Cuneo), ha scattato foto (ovviamente di nascosto, come l'epoca degli smart-phone impone) a insegnanti e compagni, prevalentemente durante le lezioni a distanza, per pubblicarle poi sui gruppi social e WhatsApp dedicati. Nemmeno è il caso di specificare che dette foto venivano saggiamente modificate a “scopi denigratori” e, comprensibilmente, accompagnate da parolacce, insulti, allusioni sessuali ...e chi più ne ha più ne posti.

A dire il vero gli studenti cuneesi non hanno inventato nulla di nuovo, sono oramai anni che la pratica dello sberleffo mediatico (che, degenerando, si declina spesso e volentieri in gogna) imperversa tanto sui social media quanto nelle aule dei tribunali. Però, a dirla tutta (come ho sempre cercato di fare in questa rubrica), non dimentichiamoci che esiste anche un rovescio della medaglia, e da qui il titolo provocatorio di oggi, che ricalca lo slogan spesso usato dagli ultrà a sostegno dei loro sodali diffidati con il Daspo. Ma torniamo al caso dell'istituto Riberi di Caraglio: dopo che gli studenti malfattori sono stati scoperti, su decisione della maggioranza del collegio docenti in fretta e furia convocatosi, la dirigente Raffaella Curetti ha sospeso 12 classi e circa 300 alunni, obbligandoli però a frequentare le lezioni. Più che un provvedimento collettivo, una vera e propria retata. “Alcuni hanno ammesso le loro responsabilità, ma i più hanno negato – spiega la funzionaria – Moltissimi hanno riconosciuto di aver visto le immagini. Amareggia che nessuno abbia ritenuto di fermare questa catena, segnalando la cosa ai genitori o agli insegnanti. Abbiamo sempre cercato di spiegare ai ragazzi i rischi dei social e della Rete, mettendoli in guardia anche rispetto alle regole e alle conseguenze di eventuali iniziative condivise, come la diffusione di immagini di altri”.

Ignoro come la vicenda potrà andare a finire, ma la circostanza che il provvedimento punitivo adottato sia consistito nell'ossimoro-amministrativo di una “sospensione con obbligo di presenza”, e per giunta relativo agli ultimi giorni di scuola, lascia intendere che il tutto si risolverà nella classica bolla di sapone. La questione, però, a voler fare i bastian contrari, è osservabile anche da un altro punto di vista, soprattutto dopo aver visionato in Rete le immagini dei professori “bullizzati” mediaticamente dai propri studenti. Sia chiara una cosa, premessa persino inutile ma che comunque è sempre bene fare: ogni forma di sopruso mediatico va sempre denunciato e perseguito e, laddove possibile, stroncato sul nascere. Tante e troppe sono le insidie del web per non prevenire e/o sanzionare ogni singolo episodio di prevaricazione sui social con la massima attenzione e il massimo rigore. Ciò premesso e ribadito, è anche vero che così come l'occasione fa l'uomo ladro, allo stesso modo fa lo studente cyber-criminale, per cui sarebbe opportuno, quando ci si presenta nelle vesti di docente al proprio pubblico di studenti, innanzi tutto valutare la qualità dell'immagine che gli stessi vedranno sullo schermo. Non intendo qualità dell'immagine in termini tecnici, ovviamente, ma di quella che è la qualità dell'immagine del soggetto ritratto dalla webcam (ovvero di se stessi) e, naturalmente, anche dello sfondo, ovvero di quel che si trova alle proprie spalle. 

Difficilmente infatti si riesce a non apparire ridicoli facendo dirette-cam con l'accappatoio, con i bigodini in testa, oppure dalla cucina, con dietro la moglie che va su e giù correndo dietro al cane, oppure dal wc (sì, è successo pure questo!), oppure ancora da un salotto con dietro gli scatoloni dell'ultimo trasloco ancora da sistemare. Berlusconi, che sapeva vedere lontano, sebbene avesse la villa di Arcore con dentro muratori e imbianchini, era riuscito a ricavarsi nella stessa una nicchia patinata per la registrazione del suo videomessaggio della scesa in campo nel 1994. Senza comunque arrivare a tanto, un minimo di controllo di quella che è l'immagine di noi stessi (soprattutto nell'era dell'immagine, e ancor di più nell'era in cui ci vuole un nanosecondo per fare uno screen dello schermo con la faccia del prof di turno per poi farla circolare sui social) ci tiene indenni da possibili indebiti utilizzi della stessa. Gli esperti di comunicazione (sempre necessari quando il buonsenso si rende latitante) consigliano prima di entrare in una video conferenza (prendendo spunto dai classici consigli della nonna) di pettinarsi, mettersi un vestito sobrio, e soprattutto curare lo sfondo. A proposito di quest'ultimo raccomandano un quadro alle proprie spalle, oppure una libreria (possibilmente piena), al limite le tende chiuse oppure una normalissima parete bianca. A dire il vero non ci vuole molto. Poi l'idiota che deciderà di prendere di mira digitalmente quel tal prof o quel tal altro ci sarà sempre ...ma le strategie appena illustrate gli daranno sicuramente meno spunti di ispirazione per metterli alla berlina. 

Molto prima delle odierne tecniche di sciacallaggio visivo vi era già chi aveva pensato all'importanza della presenza e dell'immagine di fronte al pubblico ...uno su tutti Umberto Eco che, parlando di quel mascalzone di Franti (uno dei personaggi del libro Cuore), non esita a difenderlo quando, al passaggio di un reggimento di fanteria lo stesso “fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava”. “Ma non si vede perché in una sfilata preceduta dalla banda – spiega Eco - qualche colonnello autolesionista avrebbe infilato un soldato che zoppicava”. Esempio questo troppo recente? Ne facciamo un altro allora relativo al Giappone feudale, ovvero quando era costume dei Samurai quello di pettinarsi, truccarsi e profumarsi prima della battaglia, così che il nemico, qualora li avesse o catturati o uccisi, non avrebbe avuto di che deriderli per il loro aspetto. Tenuto conto che vi era chi si preoccupava di ben apparire una volta in catene o addirittura caduto sul campo, appare strano che non ci sia chi non se ne curi, oggi, da libero e da vivo.

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