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I segreti di Internet

...Altro che Picasso!

Criptoarte: analisi e riflessioni sulle nuove “opere virtuali”

Criptoarte

Nel corso della storia, l'arte non ha mai cessato di stupirci, scioccarci, a volte indignarci, sbalordirci ...in fin dei conti questo è il suo mestiere, e lo ha sempre saputo fare molto bene, soprattutto quando il mercato (per come lo conosciamo oggi) vi ha messo gli occhi (o meglio, le mani) sopra, facendola diventare “business” a tutto tondo.

Ma veniamo al dunque: la nota casa d’aste Christie’s il mese scorso ha venduto per 69,3 milioni di dollari (sì, avete letto bene) un’opera che, ed è questa la notizia, esiste solo in formato digitale Jpeg. Per capirsi, il compratore ha speso una cifra folle per acquistare quello che altro non è che un file d'immagine (poi vedremo bene di che cosa si tratta), dello stesso tipo di quelli che apriamo tutti i santi giorni ricevendo una foto su WhatsApp o postando un selfie su Instagram. Questo acquisto a sei zeri, a dire il vero, ha fatto notizia più per l'importo che per altro, anche perché è da circa un paio d'anni che l'arte “N.F.T.” (ora spiegheremo meglio il significato di questo nuovo acronimo) spopola in Rete: solo nelle ultime settimane sul sito “Nba Top Shot” più di centomila utenti hanno spostato complessivamente oltre 250 milioni di dollari comprando e vendendo (come in un vero e proprio mercato azionario) video digitali di partite di basket, i più con la durata di pochi secondi.

Gli N.F.T., acronimo delle parole inglesi “Non-Fungible Token”, sono dei certificati di autenticità digitale. All’apparenza sono contenuti digitali intangibili, infinitamente replicabili e uguali a tanti altri come un qualsiasi altro file d'immagine o video, che però (e qui casca l'asino) diventano “unici” grazie a una certificazione che avviene tramite “blockchain” (letteralmente catena di blocchi), la tecnologia che in questi anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle criptovalute. Nel caso degli N.F.T., la blockchain viene utilizzata per certificare e commerciare opere d’arte e video di azioni di basket, ma le applicazioni sperimentate della stessa spaziano dalla moda ai videogiochi. La blockchain è una forma di D.L.T. (Distributed Ledger Technology, ovvero registri di informazioni digitalizzati e decentralizzati ...vi giuro che è l'ultimo acronimo di questo articolo). È una struttura dati condivisa (tutti possono vedere cosa c’è dentro in qualsiasi momento) e immutabile, perché ogni nuovo contenuto aggiunto nel tempo non può più essere modificato o eliminato, a meno di non compromettere l’intera blockchain. Dobbiamo immaginarcelo come una sorta di registro digitale in cui le voci sono ammassate in blocchi incatenati tra di loro in ordine cronologico.

Il primo a proporre un protocollo simile fu il crittografo David Chaum nel 1982. Fecero seguito altri studi, ma solo nel 2008 la blockchain fu messa a punto e trovò un utilizzo pratico per merito di Satoshi Nakamoto (del quale già ci siamo occupati in passato in questa stessa rubrica), pseudonimo dietro cui si nascondono una o più persone dall’identità sconosciuta. Nakamoto implementò la blockchain per utilizzarla come libro mastro, un registro di tutte le transazioni compiute con la tecnologia Bitcoin (che è anche il nome della criptovaluta, cioè la rappresentazione digitale di un valore), creata da lui stesso nel 2009. Il primo acquisto fatto con i bitcoin? ...delle pizze, comprate da Laszlo Hanyecz, un programmatore della Florida, che pagò 10.000 bitcoin per due margherite al fine di dimostrare la bontà della tecnologia. I Bitcoin sono la criptovaluta più famosa e utilizzata ma ne esistono molte altre, ognuna associata a una piattaforma blockchain, tra cui Ether (derivata dalla piattaforma Ethereum), Litecoin e Dogecoin etc. Come spiega il sito Money.it “la tecnologia blockchain può essere paragonata al convenzionale sistema bancario. I movimenti in Bitcoin sono inseriti nel sistema in modo cronologico, esattamente come avviene per le transazioni bancarie. Non sono necessari intermediari poiché tutte le transazioni avvengono da persona a persona (ne sanno qualcosa quelli a cui viene bloccato il computer dagli hacker che, per sbloccarlo, chiedono un riscatto in Bitcoin) e non esiste un potere decisionale centrale poiché ogni utente ha una propria voce che conta. Inoltre, tutte le informazioni sono crittografate per essere protette da frode e falsificazione”.

La blockchain è dunque un’infrastruttura grazie alla quale usufruire delle varie applicazioni (criptovalute, contratti smart e altro), proprio come Internet funziona da struttura per utilizzare web, e-mail e altri prodotti. Tramite la blockchain si possono acquistare beni fisici ma anche immateriali, che vengono poi collegati agli N.F.T. (per ritornare all'argomento di oggi dopo questa lunga ma necessaria premessa). Facciamo ora un semplice esempio che spero semplifichi il tutto: il dipinto originale “Il ragazzo con la pipa” di Picasso è ovviamente un bene infungibile (ovvero unico, solo, irripetibile, c'è e ci sarà sempre e solo quello), mentre la tela su cui lo stesso è stato dipinto è fungibile (perché di tele come quella ne esistono a milioni). Passando dal quadro di Picasso a un file di immagine, dobbiamo immaginare che un file N.F.T è l'originale (il solo, unico e irripetibile) e le innumerevoli copie in cui lo stesso può essere riprodotto e copiato sono le tele fungibili di cui parlavamo prima. Gli N.F.T. sono diventati d’uso comune alla fine del 2017 grazie a CryptoKitties, un giochino in cui si possono allevare, scambiare e comprare, a suon di criptovalute, razze di gatti in edizione limitata. Gli N.F.T. assicuravano all’acquirente l’esistenza e la tracciabilità di una data quantità di beni (in questo caso di gattini) facendoli diventare oggetti da collezione (e dove ci sono collezionisti, lo sappiamo, ci sono persone disposte a svenarsi per acquistare le cose più strambe). Collegare un’immagine o una qualsiasi entità a un N.F.T. si dice in gergo “coniare” o “mintare” (ovvero fare un calco, dall’inglese “to mint”). Proprio come una moneta è coniata dalla zecca e messa in circolazione, gli N.F.T. sono aggiunti alla blockchain in modo che siano rintracciabili e associabili a un proprietario, che potrà anche rivendere un N.F.T. (in quel caso la blockchain creerà un nuovo blocco, perché quello originario non è modificabile).

Chi acquista un N.F.T., sia chiaro, non entra in possesso del copyright, né dell’esclusività sull’opera, che resta visibile a chiunque, ma può fregiarsi del titolo di detentore della “verifiably real thing” (ovvero dell’autentico oggetto verificabile). Qualunque cosa può venire associata a un N.F.T., c'è chi ad esempio ha pagato 587.000 dollari per la gif “originale” del Nyan Cat (visibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=QH2-TGUlwu4). Perfino il primissimo tweet che è stato scritto è stato trasformato in un N.F.T. e messo in vendita, e lo stesso potrebbe accadere alla nostra foto profilo di WhatsApp, a un post su Facebook, o a questo stesso articolo che state leggendo ora, il tutto con pericolose derive per quanto riguarda la proprietà intellettuale. Esistono profili Twitter che trasformano in token qualsiasi tweet, che può in seguito essere “coniato” come N.F.T. e diventare merce di scambio. Con una spesa modica, chiunque può creare N.F.T. di opere altrui senza che l’autore dell’opera lo venga a sapere. “Non c’è nessuna forma di certificazione e non saprai mai con chi prendertela, perché chi lo fa si nasconde dietro nickname anonimi – si sfoga sul suo blog l'illustratore Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ – Anche la scusa di dire che così l’arte digitale assume un valore perde di senso. Mi sembra di vedere Totò e Peppino che vendono la fontana di Trevi.” Quello degli N.F.T. è un mercato in forte espansione, e solo nel 2020 è cresciuto del 299% (sì, con il 2 davanti). Secondo il sito Cointelegraph, nell’arco di trenta giorni, tra gennaio e febbraio 2021, sono stati spesi più di 100 milioni di dollari in N.F.T.. L’interesse attorno agli stessi è tuttavia esploso in seguito alla vendita di “Everydays: The First 5000 Days”, l’opera di criptoarte battuta da Christie’s di cui abbiamo parlato all'inizio dell'articolo. Si tratta di un’opera di Beeple, nome d’arte di Mike Winkelmann, che ha composto un collage di 5.000 immagini da lui create dal 2007 a oggi, una al giorno senza mai saltarne uno (compresi festività comandate, matrimonio e nascita del figlio).

Qualcuno considera gli N.F.T. il giusto (e tanto atteso) modo per dare valore e unicità a contenuti digitali che altrimenti faticherebbero a trovarne; qualcun altro pensa invece che non siano nulla più di una pericolosa bolla speculativa digitale (l'ennesima della new economy a dire il vero). Nel caso vi sentiate un po' spaesati da quanto finora letto, nessuna preoccupazione: è tutto normale. Gli N.F.T. vengono usati da nemmeno tre anni e fino a qualche mese fa “Nba Top Shot” (il sito di cui abbiamo parlato sopra) neppure esisteva, e sempre qualche mese fa nemmeno l'allora sconosciuto Beeple, l’artista la cui opera è stata venduta per 69,3 milioni di dollari, aveva ben chiaro che cosa fossero. Gli N.F.T., che oggi conosciamo meglio, sono quindi “informazioni digitali” che fanno sì che il file a cui sono associate abbia una sua peculiarità e individualità. Nel caso di opere d’arte digitali, equivale a dire che sono firmate dal loro autore, che così facendo ne riconosce l’autenticità e ne può nel caso cedere la proprietà. Come in ogni cosa, ovviamente, vi è anche chi non ha saputo resistere alla tentazione di voler strafare, e quindi non possiamo fare a meno di riportare la notizia rimbalzata sui media inglesi per cui la smania da “N.F.T. frenzy”, ovvero per le opere di criptoarte, ha portato un collettivo inglese a compiere un’azione singolare: bruciare un Banksy autentico per ricavarci un guadagno. La cosa interessante è che il gruppo, che si definisce “Burnt Banksy”, ci è perfettamente riuscito, incassando un utile netto di circa 240mila euro. L’opera bruciata, una stampa del 2006 intitolata Morons, autenticata dalla Pest Control (la società che garantisce l’autografia delle opere di Banksy), era infatti stata acquistata dall’azienda Injective Protocol per la somma di 95mila dollari (circa 80 mila euro) e il video in cui è stata bruciata in diretta è stato poi rivenduto, in formato N.F.T., per la cifra di 380mila dollari (circa 320 mila euro). Per concludere e tirare le dovute somme sulla criptoarte e sugli N.F.T., diamo ancora una volta la parola a LRNZ, l'illustratore che sopra abbiamo citato: “Tu non vendi l’opera, vendi un contratto. Nell’N.F.T. non ci sono i dati della tua opera, ci sono i metadati della tua opera e un contratto che la lega all’ultimo acquirente. È come se comprassi una Ferrari e il concessionario, trattenendosi la stessa, ti desse solamente un pezzo di carta con su scritto che la macchina è tua. Se la vuoi guidare ...devi pagare. È la stessa cosa. Non possiamo pensare che gli N.F.T. siano una strada percorribile per gli artisti. I dipinti di Leonardo hanno superato governi, valute, guerre, stravolgimenti, di tutto, e stanno ancora lì. Credo non si potrà dire lo stesso della criptovaluta: non c’è nessun guadagno a trasformare i propri lavori in N.F.T.”

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