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I segreti di Internet

Zoom o yoga?

Al via la giornata mondiale dalla disconnessione

Yoga e computer

Oggi parliamo di fatica “da Zoom”, “da Teams”, “da Meet”, o da qualsivoglia altra piattaforma di comunicazione a distanza che abbiamo, purtroppo o per fortuna, imparato a conoscere in questi ultimi tempi.

Che tipo di fatica è quella digitale? Non solo quella di passare ore e ore davanti a un monitor in ufficio (a quello ci siamo abituati oramai da decenni), ma anche quell'altra riassunta dal giornalista Giuliano Aluffi in una sua riuscitissima metafora: “Se nelle otto ore di ufficio avessimo qualcuno che ci seguisse passo passo mostrandoci per tutto il tempo la nostra immagine riflessa in uno specchio, lo denunceremmo per stalking, o perlomeno la nostra performance lavorativa risentirebbe parecchio per quella distrazione”. Eppure, a farci attenzione, è quanto succede quando si fanno sessioni di ore in videoconferenza con i colleghi su piattaforme come Zoom o Teams, come ormai è pratica comune in tempi di Covid. La situazione è tale che, sulla “fatica da Zoom” è stato pubblicato di recente uno studio specifico sulla questione sulla rivista “Technology, Mind and Behaviour” da Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab dell'Università di Stanford.

Per questo e altri motivi si è deciso, a partire dal 2021, di aderire anche in Italia alla “giornata nazionale della disconnessione”. Questo giorno di sensibilizzazione sui problemi della iper connessione è stato creato in California già nel 2009 ...segno che il “male”, se vogliamo chiamarlo così, è di lunga data. “Non è una giornata di disintossicazione dal digitale – spiega la psicologa Monica Bormetti – bensì un'occasione per provare sulla nostra pelle, rinunciando a connetterci per 24 ore di fila, quanto siamo attaccati allo smartphone e al Pc”. Ed è soprattutto il Pc il focolaio, tanto per usare una parola che tanto va di moda, della nuova piaga, ovvero della più volte citata “fatica da Zoom”. “Questo tipo di fatica è diventato evidente con la pandemia, quando abbiamo iniziato a usare le videoconferenze per rimpiazzare tutte le interazioni sociali non più possibili di persona – spiega Geraldine Fauville, ricercatrice in tecnologie digitali a Stanford, cercando di evidenziare il succo della questione – Quando siamo in videoconferenza, sembra che tutti gli altri che vi partecipano, per tutto il tempo, stiano lì a guardare proprio noi. In una riunione di persona, invece, attiriamo gli sguardi altrui solo nel momento in cui interveniamo. Sentirsi sempre al centro dell'attenzione è stressante”.

Ma non è tutto: “A seconda delle dimensioni del monitor e della finestra di Zoom – continua Fauville – la grandezza del volto degli interlocutori può far sì che ci sembrino troppo vicini. Mentre in ascensore la vicinanza forzata con estranei ci porta a distogliere lo sguardo per ridurre lo stress, questa preziosa negoziazione tra prossimità e sguardo ci è preclusa invece su Zoom”. Non secondaria, per collegarci a quanto detto prima, è la circostanza per cui, durante le videoconferenze, siamo esposti (ma facciamo che dirla tutta: siamo costretti) alla visione del nostro volto per parecchie ore. A dirla tutta è una situazione abbastanza innaturale, soprattutto se si tiene conto che, di solito, il tempo in cui “ci si guarda” durante la giornata è alquanto limitato (truccarsi o farsi la barba al mattino, o farsi qualche selfie ogni tanto). Alcuni studi hanno dimostrato che più a lungo vediamo il nostro volto, più tendiamo a essere critici verso il nostro aspetto, e questo scatena emozioni negative e affatica il cervello. In questi casi il rimedio è abbastanza semplice e intuitivo: si può disattivare la “self view” per cui gli altri continueranno a vederci, ma noi non avremo questa sorta di continuo e fastidioso specchio. Soluzione ancora più drastica sarebbe quella di disattivare la cam del proprio Pc (così nessuno ci vedrebbe più), ma la cosa potrebbe destare il sospetto negli altri partecipanti che si sia staccato tutto per essere andati a fare altro.

Non a caso, proprio per individuare “i furbetti della telecamerina” sta nascendo una nuova figura professionale, quella di chi è video-presente alla riunione non per prendere parte alla stessa, ma solo per controllare (per conto degli organizzatori o dei superiori) che tutti siano diligentemente connessi al loro posto. Non è cosa infatti inusuale che, ad esempio, in una riunione tra professionisti di uno specifico settore, vi sia una voce fuori campo (oppure un messaggio in sovrimpressione sullo schermo) che ogni tanto berci: “Tizio è pregato di accendere la propria cam!”. “Quando siamo su Zoom inoltre – conclude Fauville – ci sentiamo costretti a rimanere al centro della visuale della webcam, e siamo intrappolati in una immobilità forzata che oltre a stressarci ci toglie creatività”. A quanto pare gli spazi di libertà più minacciati dalle videoconferenze sono quelli degli studenti della didattica a distanza. Pensiamo a un piccolo ma fondamentale particolare: “Nelle scuole il cambio dell'ora, che permette ai ragazzi di stiracchiare le gambe, scambiare due battute e uscire un attimo dalla classe è importante per rilasciare lo stress e favorire l'attenzione – spiega Paola Milani, docente di pedagogia all'Università di Padova – Con la didattica a distanza questi momenti di transizione tra materie vengono meno. Per fortuna tanti insegnanti se ne sono resi conto e lasciano qualche minuto libero tra le lezioni. O adottano l'ora da 50 minuti”. A dire il vero, soprattutto tra gli studenti, sappiamo benissimo come funzionano le cose, e ce lo spiega bene sempre la professoressa Milani: “Oggi i ragazzi hanno pressoché tutti almeno due dispositivi, perché hanno o il computer o il tablet e il telefono. Se c'è una verifica su Teams, subito dopo che il professore ha dato il tema o la versione, dopo due secondi i ragazzi si connettono con l'altro dispositivo su Zoom e fanno la verifica insieme. Oppure, se sono in difficoltà in un'interrogazione orale, fanno cadere la connessione e trovano la risposta online, o la ricevono in chat da un compagno”.

Forse, in tutto questo marasma di connessioni a vari livelli e per le più disparate situazioni, 24 ore di disconnessione totale sarebbero davvero un toccasana. Ma cosa fare per una giornata intera senza Pc, senza tablet, senza cellulare ...senza nulla di tecnologico per capirsi? “Avrei tre consigli da dare – spiega la già citata psicologa Monica Bormetti – dedicarsi a un'attività manuale, come disegnare o fare bricolage, perché l'uso creativo della manualità è associato ad aree cerebrali che sottoutilizziamo quando passiamo molte ore alla tastiera; leggere un libro cartaceo, perché la lettura su schermo ci porta al cosiddetto skip reading, il saltello da una parola all'altra che ostacola la capacità di concentrarci; infine focalizzarsi su un'attività singola e rilassante, come lo yoga, in modo da contrastare il frenetico multitasking connaturato al digitale”. Cosa facciamo allora? Ci prendiamo tutti un giorno di pausa dal mondo digitale?

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