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I segreti di Internet

S.O.S. TikTok

I pericoli che si annidano dietro le sfide sui social network

Marco Faccioli

Marco Faccioli

Molte volte ci siamo occupati, sulle pagine di questa rubrica, dei pericoli insiti nella Rete, soprattutto nelle famigerate sfide (“challenge” come vanno chiamate di questi tempi).

Oggi, complice il recente fatto di cronaca della bimba di Palermo, morta soffocata a 10 anni, dobbiamo seppur a malincuore tornare a occuparci della drammatica vicenda delle challenge sui social, in particolare su TikTok, e sull'uso del web da parte dei più piccoli. Prima di iniziare a trattare del caso di Antonella, questo il nome della piccola sventurata, dobbiamo però sgombrare il campo da possibili fraintendimenti su quelle che sono le “Blackout challenge” e le “Hanging challenge” (meglio note quando ci si riferisce a loro con i rispettivi hashtag #blackoutchallenge e #hangingchallenge).

L'avvento di Internet ha riversato nella nostra vita e nel nostro lessico quotidiano una valanga di termini anglosassoni che spesso tendiamo a utilizzare in modo non corretto (se va bene) o del tutto a sproposito (se va male), ragione per cui è sempre meglio perdere qualche istante per far chiarezza sul significato di queste nuove parole. Tornando alle nostre “challenge”, la differenza tra le due tipologie (in questi giorni usate inopinatamente come sinonimi) è totale, poiché le stesse riguardano due sfide in Rete assolutamente diverse.

La prima challenge, la “Blackout”, indica una sfida estrema, tutta vissuta e condivisa sui social media, che spinge i partecipanti a cercare di sfiorare la linea di confine tra la vita e la morte. E come avviene tutto ciò? Semplice: strangolandosi con mezzi propri (ovviamente filmandosi durante l'operazione per poi condividere il tutto in Rete) fino a provocarsi uno svenimento. Il secondo hashtag invece (#hangingchallenge) viene utilizzato in contesti completamente diversi, ovvero per sfide tra persone che si allenano a corpo libero alla barra di trazione ma che, nel mentre, riescono a compiere altre azioni, come indossare una maglietta, cambiarsi le scarpe e altre amenità di questo tipo. Questa seconda tipologia di sfide ha di buono, almeno, il fatto di non essere pericolosa, o men che mai letale, come invece lo è la prima, alla quale ora ritorniamo per il caso di Antonella.

La #blackoutchallenge che, a dire il vero, non è una prerogativa esclusiva di TikTok poiché è già da anni presente sui social media tradizionali (e dai quali oggi è stata totalmente bandita stante le ferree politiche di contenimento dei contenuti violenti e/o pericolosi attuate da Facebook e c.), secondo il CCPMS (Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati), tra il 2005 e il 2017 ha provocato 82 vittime (accertate), e questo dato solo per avere un'idea di quanto sia grave il fenomeno. Viene spontaneo domandarsi: ma TikTok, ovvero la piattaforma (tutta made in China) che ospita simili sfide, in che modo interviene per arginare il fenomeno? Il noto pragmatismo orientale, in questo caso, non è andato oltre a mettere a disposizione degli utenti iscritti un apposito flag con la possibilità di segnalare contenuti inappropriati, soluzione quest'ultima che ricorda molto la decisione della Foxconn di Shenzhen (nel sud della Cina) che, per far fronte ai sempre più frequenti suicidi dei propri dipendenti che si lanciavano nel vuoto dalle finestre dei propri reparti, aveva fatto circondare nel 2018 le proprie sedi con apposite reti anti-caduta.

Inoltre TikTok è un social media vietato a chi ha un’età inferiore ai 13 anni, divieto aggirabile con l'improbo sforzo consistente, per chi si iscrive, di dichiarare una data di nascita fasulla ...tutto qui. Tornando al caso di Palermo, e quindi alla triste storia di Antonella, vittima a 10 anni di un meccanismo più grande di lei (ma anche di noi tutti) che l'ha irrimediabilmente stritolata nel nome di un tanto effimero quanto inutile protagonismo virtuale, lasciano alquanto basiti le dichiarazioni dei suoi genitori dopo il triste episodio: “Era una bambina molto social – racconta il padre intervistato da La Repubblica – soprattutto da quando, nel giorno del suo decimo compleanno, le abbiamo regalato un cellulare tutto suo”. Le indagini hanno appurato che la piccola gestiva tre account su Facebook e una decina su Instagram. “Rubava sempre il cellulare a sua madre e scaricava TikTok, - continua il padre – ed è lì che ci siamo arresi. Ballava e cantava, scaricava tutorial per truccarsi o per acconciare i capelli. Pubblicava questi video su TikTok ed era anche una bambina molto ubbidiente, tanto che non ho mai avuto l'esigenza di controllarla e infatti non le ho mai sequestrato il cellulare per vedere cosa facesse. Perché tra noi non c'erano segreti. È la regola della famiglia: ci si dice tutto e ci si aiuta tutti”.

Ma qualcosa di brutto invece è successo: il peggio che potesse accadere, e adesso le indagini (per quel che può oggi servire) mirano a comprendere perché Antonella abbia cominciato quella sfida social che l'ha portata alla morte. Ci siamo dimenticati, in tutte queste parole spese sul caso, di dire quello che è il premio in palio per queste sfide al limite della sopravvivenza. La risposta la sappiamo tutti ...ovviamente nulla.

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