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Maio: 'Dipendenti a casa da mesi'

'Ora è un'opportunità, ma il delivery non può essere la soluzione'

I presidenti Fipe: 'È una parte complementare del nostro lavoro, non basta'

Jose Saggia

Jose Saggia

“Il delivery è una parte complementare del nostro lavoro, ma non può essere la soluzione per il futuro. Di certo in questo periodo è stato d’aiuto per molte attività, ma non potrà mai sostituire la ristorazione classica né in termini economici, né di organizzazione né per il piacere del nostro lavoro. In più non possiamo non pensare ai nostri dipendenti che sono in cassa integrazione da mesi: devono tornare a lavorare”. Questa la convinzione di Massimo Maio, vicepresidente di Ascom, e dei presidenti Fipe per ristoranti, pizzerie e bar Jose Saggia, Alfonso Buonocore e Simone Musazzo.

 

“Il messaggio che il delivery abbia salvato il Natale non rispecchia la realtà – esordisce Saggia – Sicuramente sia l’asporto che la consegna a domicilio sono stati d’aiuto alle attività durante questo periodo di chiusura, ma si tratta esclusivamente di un palliativo. Da parte mia va un grande plauso ai colleghi che hanno sfruttato questa opportunità, dimostrando grande capacità di adattamento, ma di certo il delivery non può essere la soluzione per il futuro. Si tratta di una piccola parte del nostro lavoro e non adatta a ogni tipologia di attività. Ora è sicuramente una possibilità per sopravvivere, ma non può essere il punto centrale per i prossimi mesi”.

Dello stesso avviso anche Massimo Maio: “Il delivery c’è sempre stato, ma negli anni d’oro veniva un po’ snobbato, proprio perché rende meno di un servizio al tavolo. Ora è l’unica fonte di guadagno ed è ovvio che venga sfruttato, ma non può bastare”. Il titolare di Maio Group, insieme al fratello Alessandro, non crede a coloro che dicono di aver salvato il fatturato annuale con le consegne a domicilio durante le feste: “Natale e Capodanno sono due giorni. Due giorni in cui si può aver lavorato maggiormente, ma nei mesi precedenti per tutti c’è stato un calo sostanziale e il fatturato è certamente inferiore. La nostra attività lo esegue, e anche in maniera massiccia, ma ad oggi abbiamo compensato il 10% del fatturato dell’anno passato: gli eventi sono stati sospesi, le cerimonie o le cene con tante persone abolite. In Italia ci sono 1200 aziende di catering che hanno dai 5 ai 20 dipendenti: sono migliaia di persone che non lavorano da mesi”.

“Il ringraziamento va ai nostri clienti che ci sono stati vicini in questo periodo che sono la nostra unica speranza per il futuro – spiega Buonocore – Per il resto ci attende un periodo drammatico: il delivery è stato utilizzato dalle attività per tenersi vive, ma il nostro lavoro è un altro. Avere i clienti a tavola, poter organizzare cene tra amici e familiari, cerimonie: è di queste cose che vive un ristorante. Il prossimo anno sarà durissimo, perché non sappiamo quando e come riapriremo e poi dai prossimi mesi ci saranno da affrontare i problemi delle tassazioni, le difficoltà per ottenere nuovi finanziamenti bancari, le spese arretrate: si lavorerà per pagare il 2020”.

Musazzo definisce il periodo apocalittico: “Il mese di dicembre è da sempre quello più fruttuoso per le nostre attività: lo usavamo come “salvagente” per i mesi di gennaio e febbraio che sono un po’ più fiacchi. Due o tre giorni di lavoro nelle festività comandate, non possono sostituire 30 giorni di lavoro ininterrotto. Purtroppo non vediamo la luce: ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Anche quest’ultima decisione di tenerci chiusi il weekend è un’ulteriore beffa. Tutti si stanno dando da fare come possono tramite l’asporto o la consegna a domicilio, ma lavorare è un’altra cosa”.

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