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Il Reportage di Gian Luca Marino

Etna marzo 2021

Piovono pietre dal cielo, distruzione, trasformazione e rinascita

E’ sera e fa freddo. Sono circa le ventuno di martedì 9 marzo quando, vicino alla chiesa di Milo, un paese in zona etnea nella Sicilia orientale, sto osservando la statua di una Madonna che sembra guardare preoccupata la colata di lava che come una lunga e lenta lingua di fuoco sta sgorgando dall’Etna squarciando il buio della notte. Attorno regna un silenzio irreale interrotto solo dalle domande che alcuni giornalisti della Rai stanno rivolgendo alle poche persone fuori casa.

Da metà febbraio il vulcano, “a muntagna” come la chiamano qui, sta facendo molto parlare di sé attirando, come un magnete, gli obiettivi delle macchine fotografiche e delle telecamere che eruttano immagini sui Social senza soluzione di continuità. Pippo Raiti, esperto conoscitore del territorio etneo e mio mentore sulla Sicilia, fin dagli inizi dell’attività vulcanica mi aggiorna quotidianamente ma una cosa è vedere video e fotografie e un’altra è poter osservare sul posto quello che succede. Decido quindi di partire. 

Il mio volo atterra a Catania la mattina dell’8 marzo. Sull’autostrada intravedo le prime tracce: ai lati della carreggiata cumuli di cenere vulcanica. «Il 16 febbraio - mi spiega Pippo Raiti -verso le 17:30 circa, sono iniziate le attività parossistiche prodotte dall’Etna. Un’attività assolutamente normale visto che siamo in presenza di un vulcano attivo che sta facendo il proprio mestiere. La particolarità consiste nel fatto che sono esplosioni molto potenti. Il magma viene pescato a circa cinquanta chilometri di profondità, è ricco di gas e pertanto, a contatto con l’aria, produce fortissimi fenomeni esplosivi». I boati però non sembrano essere nulla rispetto alla cenere lavica che è caduta al suolo, letteralmente sono piovute pietre dal cielo. Un cielo che, al momento del mio arrivo, è grigio, nuvoloso e impenetrabile come la fitta nebbia che incontriamo lungo il cammino mentre ci dirigiamo verso i paesi di Milo e Zafferana. Il progetto per il pomeriggio è quello di avvicinarci alla Valle del Bove, dove le ultime colate laviche sono andate a depositarsi, cercando di raggiungere Monte Zoccolaro o Monte Fontana.

Arrivati in prossimità della frazione Fornazzo, scendo dall’auto e mi rendo conto di cosa c’è sulla strada: una distesa scura e consistente di cenere lavica formata da pietre di piccole e medie dimensioni che ricoprono tutto il paesaggio circostante come se fosse neve. Poco lontano mi ritrovo a passeggiare in prossimità di una Cappella votiva. Con pietre laviche di varie dimensioni sono state ricavate le stazioni della Via Crucis e qualche metro dopo aver attraversato la strada, c’è un piccolo altare con una nicchia che protegge la statua della Madonna con una croce sulla sommità che si perde a vista tra il freddo e la nebbia. La Cappella non si trova lì per caso. Era il 1950 quando una colata lavica si divise in due braccia minacciando Milo e Fornazzo. Fu organizzata una processione e la lava, deviando sulla sinistra, si incanalò in un torrente risparmiando l’abitato. Per ringraziamento venne edificata la Cappella votiva. Nel 1971 ci fu un’altra colata di lava sempre sul medesimo tracciato fino ad arrivare all’agosto del 1979 quando la lava minacciò di travolgere la piccola costruzione fermandosi sulle sue pareti e penetrandovi parzialmente all’interno.

Raggiungiamo il punto base Pietracannone per tentare di proseguire verso Monte Zoccolaro ma le condizioni meteo sono pessime e dopo esserci addentrati lungo un sentiero desistiamo dall’intento perché la visibilità è compromessa. Decidiamo quindi di raggiungere i paese di Milo e Zafferana. A Milo quello che si presenta è un paesaggio spettrale. La cenere lavica depositata ovunque rende l’atmosfera cupa. Il vulcano non si vede ma è sempre presente. Molte persone sono al lavoro per pulire e depositare i detriti all’interno di sacchetti di plastica. Zafferana sembra essere meno colpita ma, guardando dalla terrazza panoramica verso il parco sottostante, resiste imperturbabile una distesa di cenere scura. Dalla montagna al mare il tragitto è breve. Nel giro di poche decine di minuti giungiamo, verso il tramonto, fino a Riposto. La vista del mare mi dà l’illusione che qui non ci possa essere pietrisco lavico caduto dal cielo. Invece le strade sono un tappeto nero e al passaggio delle auto e delle persone si alza un polverone che avvolge qualsiasi cosa. Oggi il meteo non ci ha permesso di osservare da vicino il vulcano che sembra tranquillo.

Il mattino dopo mi godo un caffè nelle campagne attorno a Castiglione di Sicilia. La primavera sembra fare capolino con i suoi colori e profumi. La sagoma dell’Etna si vede bene sullo sfondo. Il tempo sembra essere buono quindi ci mettiamo in marcia verso Monte Pomiciaro dove tentiamo la salita a Monte Zoccolaro (1739 mt). Ancora una volta il maltempo ci fa desistere: c’è una fitta nebbia e nuvole basse che non lasciano presagire nulla di buono. In questo momento mi abbandona definitivamente anche lo stereotipo di una Sicilia sempre con il sole. In questa zona infatti non è raro imbattersi in giornate e paesaggi dove sembra di essere sui sentieri delle Langhe in pieno autunno. Tra la foschia si sente in continuazione in sottofondo un suono, come un cupo borbottio, è la voce del vulcano. Pippo Raiti non molla la presa. Ci dirigiamo quindi sul sentiero detto della Schiena dell’Asino. Da qui il cielo sembra aprirsi leggermente. Persistono le nuvole basse spinte dai turbini del vento. Il paesaggio presenta colori di un giallo, verde e marrone tenue intervallato dalle rocce. Il sentiero, che si snoda su un saliscendi, non molto impegnativo a livello fisico,  porta da quota 1832 a 2043 metri. Ad un certo punto davanti a me, complice anche una improvvisa e repentina schiarita, si apre il magnifico spettacolo naturale della Valle del Bove laddove la lava solitamente va a finire. La vista è impressionante: pare di avere sotto ai piedi un enorme mare scuro di rocce vulcaniche che si apre in una immensa voragine che mi fa sentire piccolo e vulnerabile. Mi fermo qualche minuto a godermi il panorama e a riflettere. Io dico sempre che la Sicilia è un archetipo e anche in questa occasione ne ho avuto prova. Pensiamo all’Etna. In questo momento è calmo. Qualche giorno fa era attivo, inquietante e tra un’ora o due non lo si può sapere. Quello che invece si sa benissimo è che qui, in questo territorio, le persone sono abituate a vivere e convivere con questo senso di indeterminatezza paradigma della vita. Tutto può mutare in qualsiasi istante distruggendo, trasformando e ricreando. Oggi ho sentito vicini a me gli elementi della natura e percepito un piccolissimo frammento dello spirito de “a muntagna”.

Le emozioni della giornata non finiscono qui. Proseguiamo verso il Rifugio Sapienza, sul versante Sud dove, con i mezzi, saliamo fino a quota 2498 metri fino a giungere a Pian del Lago con punto di avvistamento La Montagnola a quota 2638. Da qui godiamo di una magnifica vista sul cratere di Sud Est e su quello detto la Grande Voragine. Il paesaggio è ancora una volta cambiato. Sotto di noi, a valle, una distesa di nuvole mentre guardando in su il cielo è sereno, di una azzurro e di una luce che fanno bruciare gli occhi. La sommità del vulcano appare vicina, c’è un po' di neve, il ghiaccio e un vento che taglia la faccia. Di eruzioni nessun segnale ma, mentre scendiamo, l’Etna ci fa un omaggio salutandoci con una esplosione di cenere, una lunga e maestosa colonna di fumo nero. Tornando verso casa incontriamo sulla strada una volpe molto amichevole e un gregge di pecore. Un fiume di lava che scende nel buio della notte lo vedremo solo di sera quando, come descritto all’inizio, appena avuta la notizia di un’eruzione raggiungiamo Milo.

L’ultimo giorno, mercoledì 10 marzo, ho desiderato dedicarlo al tema della rinascita, della costruzione. Se il primo giorno ho osservato da vicino gli effetti dell’attività del vulcano, il secondo mi sono addentrato il più possibile in prossimità dei crateri e della Valle del Bove, il terzo giorno ho voluto vedere da vicino la connessione tra il territorio e i manufatti creati dall’uomo con la materia che deriva da un processo, se pur distruttivo, dell’Etna. La distruzione e la rinascita attraverso un processo di trasformazione: penso che sia questa una delle grandi lezioni del vulcano. La giornata è iniziata con la visita al signor Aricò, uno dei rarissimi artigiani rimasti che, fin da quando era ragazzino, lavora a mano la pietra lavica per creare laterizi per i muri, per le case, suppellettili, arredi e accessori. Mentre lo guardavo colpire la pietra da vicino, mi rendevo conto del rapporto intimo tra lui e quella materia che proviene dal fuoco e dal suo modo di forgiare forme con violenza e dolcezza in base ad un equilibrio che solo in pochi conoscono. Una visita al centro di Randazzo dove le pietre laviche hanno contribuito all’architettura del paese e poi via verso il mare passando da Santa Tecla e Acitrezza dove le rocce vulcaniche si incontrano con l’acqua salata, il mistero e la leggenda. Proprio qui nel mare tutto si è originato o tutto è finito. Non lo sappiamo, ma questa è un’altra storia che forse un giorno cercherò di raccontarvi.

 

 

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