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Ricorrenza

La "traccia" indelebile del Conte di Cavour sul territorio trinese

Lo storico Irico racconta alcuni aneddoti a 160 anni dalla morte

Camillo Benso Conte di Cavour

Camillo Benso Conte di Cavour

Consigliere comunale a Trino, imprenditore agricolo a Leri, Camillo Benso conte di Cavour ha lasciato una traccia indelebile sul territorio trinese e a circa 160 anni dalla morte a ricordarlo è lo storico trinese Pier Franco Irico.

"Il 6 giugno 1861, alle cinque del mattino, a soli 51 anni, si spegneva a Torino Camillo Benso conte di Cavour, forse il più grande statista italiano - racconta Irico - Cavour, figlio del marchese Michele e di Adele di Sellon, nacque a Torino il 10 agosto 1810 e nacque 'francese' (Camille), in quanto in quel periodo il Piemonte era annesso alla Francia napoleonica. E “francesi” nacquero pure Mazzini e Garibaldi. Padrino fu Camillo Borghese, al tempo governatore generale degli stati transalpini, madrina Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Camillo aveva già un fratello, Gustavo, di quattro anni più anziano. La famiglia della madre, di origini ginevrine, era di fede calvinista, anche se poi Adele si convertì al cattolicesimo. Forse fu proprio la mentalità protestante che forgiò il carattere del giovane Cavour: personalità dirompente, concretezza, capacità di vedere il futuro, intelligenza. Del resto furono note, quando divenne presidente del Consiglio, le sue aspre divergenze con il re Vittorio Emanuele II, un sovrano vanitoso e inidoneo, peculiarità dei Savoia, che più volte avrebbe voluto licenziarlo ma che poi non ne poteva fare a meno. Certo, neanche Cavour era immune da peccati in 'eccesso'. Per la sua opposizione il progetto del canale Cavour venne fatto derivare partendo da Chivasso e non da Crescentino, poiché in questo secondo caso avrebbe diviso in parte la sua proprietà di Leri".

Irico prosegue: "La storia trinese lo ricorda anche come consigliere comunale dal 1859, quando per qualche tempo dimorò nella sua tenuta di Leri dopo le sue burrascose dimissioni da presidente del Consiglio, seguite all’armistizio di Villafranca, nella seconda guerra d’indipendenza. In quelle elezioni comunali Cavour ottenne 88 voti, uno in meno del notaio Guido Montagnini. Partecipò, il conte, a qualche riunione del consiglio ma forse era più interessato all’attività della sua tenuta agricola di Leri. La tenuta, acquistata dal padre negli anni venti dell’800, comprendeva anche Torrone e Montarucco. I funerali di Cavour si svolsero a Torino il 7 giugno 1861. Qualche giorno dopo il Comune di Trino organizzò imponenti esequie in onore del conte, ma il parroco di allora, don Basilio Leto, si rifiutò di recitare l’orazione funebre in quanto considerava Cavour colpevole di una politica avversa alla chiesa e inoltre perché scomunicato. Il 27 luglio il consiglio comunale di Trino si riunì in seduta straordinaria sotto la presidenza del sindaco avvocato Marcello Fracassi e approvò all’unanimità, 11 presenti su 20, un documento in cui stigmatizzava l’operato del parroco".

Irico riporta il passaggio di quella seduta, col punto al numero d’ordine 79 “sul rifiuto del parroco per la recita dell’orazione funebre a S.E. Cavour”, nella cui adunanza "il sindaco riferisce che “contristata questa amministrazione dall’inaspettata morte avvenuta a S.E. il conte Camillo Cavour provvedeva a sollievo della di lui anima a convenienti funerali che ebbero luogo nel giorno dodici ultimo giugno, ed il consiglio comunale, riflettendo che il rifiuto dal sullodato signor prevosto dato alla dimanda fattagli per la recita dell’orazione funebre sarebbe stato concepito in termini meno convenienti, massime in chi veste il carattere pari al suo. Ha perciò deliberato di riprovare le espressioni dello stesso signor prevosto usate nel rifiuto prementovato, non riconoscendo punto fondato detto rifiuto massime che in varie chiese dello Stato avrebbe avuto luogo la recita dell’orazione funebre per la sullodata Eccellenza nella circostanza dei solenni funerali”. Questo successe in Trino in quel giugno 1861. Ma la storia riferisce che in punto di morte il conte ricevette l’assoluzione da un frate, Giacomo da Poirino, che poi fu sospeso a divinis dal Papa. Da quel giorno sono passati 160 anni, l’Italia era, quasi, fatta ma il conte non poté vedere completato il suo disegno politico".

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